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QUELLA NOTTE DEL '44 - PAOLO BERTUGLIA
Scritto da amlets il 01 aprile 2007 20:53

PREFAZIONE

 

La Resistenza è stata uno dei capitoli più esaltanti della recente storia italiana . Un periodo che ha visto il riscatto morale di una intera generazione e che ha coinvolto anche quanti non avevano ideologie precostituite . Il racconto è liberamente ispirato alla vita di un medico di Niguarda, il dott Paolo Bertuglia, che per un certo periodo ha esercitato la professione anche in quel di Bresso .

 

QUELLA NOTTE DEL 44

 

Avevo 10 anni quando finì la grande guerra . Mio padre, professore di lettere e filosofia al Regio Ginnasio Liceo Giuseppe Parini di Milano, uomo integerrimo e di idee umanitarie, mi volle portare alla parata militare per i festeggiamenti della Vittoria . Una piazza del Duomo addobbata a festa vedeva la sfilata di migliaia di soldati acclamati da una folla plaudente . Mentre agitavo anch’ io la bandierina tricolore, mio padre mi sussurrò all’ orecchio : “Questa è la Vittoria . Ora ti mostro l’ altra faccia della medaglia !” Mi prese per un braccio e nonostante il mio disappunto e una certa resistenza mi trascinò fuori della piazza . Col tramway  raggiungemmo un lungo palazzo dall’ aspetto dimesso, in una zona periferica della città . Una scritta campeggiava sul portone d’ ingresso : Ospedale Militare . Nessun drappo né festone . Sempre tenendomi per mano mio padre mi condusse attraverso lunghi corridoi in stanzoni impregnati dall’ odore di etere : qui suore velate e crocerossine premurose accudivano poveri corpi straziati . Non posso raccontare tutto quello che vidi, ma l’ impressione fu enorme .

“Ecco, questo è il prezzo della Vittoria - esclamò mio padre indicando i feriti allettati . - Non lo dimenticare figliolo .”

In quel momento, con la vista annebbiata dall’ orrore di quello che stavo osservando, decisi che da grande avrei fatto il medico .

“Io devo portare sollievo a tutti quelli che soffrono” pensai .

A 18 anni m’ iscrissi alla facoltà di Medicina . Erano venti le matricole quell’ anno . Io, una di quelle . Bravo nelle discipline classiche grazie anche agli insegnamenti di mio padre, non ebbi soverchie difficoltà nel frequentare i corsi e sostenere gli esami . I migliori accademici di Milano mi insegnarono tutte le specializzazioni della scienza medica : dal cavadenti all’ ostetrico, dall’ internista al chirurgo .

Mi laureai nel 34 col massimo dei voti e lode . Il professor Ermini, uno dei più affermati clinici, mi voleva con sé in Università .

“Siete Bravo Tresoldi. Avete acume e predisposizione . Se avrete anche la pazienza di seguirmi, un giorno la cattedra sarà vostra !”

Chiunque avrebbe fatto follie per sentirsi rivolgere quelle parole . Ermini era ritenuto una persona di poche parole, poco propenso ai complimenti, ma sempre preciso e non abituato ad essere contraddetto . Dava scarsa confidenza ai subalterni, ma una promessa la rispettava sempre . Gli risposi di no  .

“La ringrazio professore . Mi spiace . Non riesco ad immaginarmi in un’ aula universitaria . Io devo portare sollievo a quelli che soffrono .”

Il professor Ermini mi guardò esterrefatto, come se fosse dinanzi a un marziano . Mi congedò con un : “Buona fortuna dottor Tresoldi”, senza neppure allungarmi la mano .

Cominciò così la mia carriera di dottore . Accettai di fare il medico condotto dalle parti di Niguarda e lì mi trasferii . Finalmente potevo essere al servizio della gente e portare sollievo ai bisognosi . Certo era dura . Non avevo niente e dovevo fare tutto . Erano tempi difficili . Il fascismo al potere decantava le sue conquiste, ma  la realtà era ben diversa . Le malattie dei poveri . TBC e pellagra . Ascesi e parti . Casi di meningite fulminante . In bicicletta per i campi e i paesi vicini : Cormano, Bruzzano, Bresso . Dovunque ci fosse bisogno di me, non mi tiravo indietro . A fine mese però dovevo fare i conti con quella bazzecola economica che mi permetteva la sopravvivenza . E i soldi non erano molti . Sposai una compagna di giochi della mia fanciullezza, Bianca . Suo padre provvide a tutto . La dote, il matrimonio, il suo, anzi il nostro sostentamento . Grazie al suocero riuscii ad avere una certa tranquillità che mi permetteva un’ assoluta dedizione ai malati . E i malati lo capivano . Capivano quanto fossi ben disposto verso di loro . E venivano sempre a farsi curare da me, nonostante appartenessero ad altri colleghi . Ai colleghi il guadagno . A me il lavoro . Mai però avrei rinunciato ai miei nobili ideali .

Bianca diede alla luce un figlio nel 39 . Il suo arrivo non cambiò la mia vita . La soddisfazione più grande era per me il riconoscimento della gente . Sapere che potevano sempre contare su di me .

Intanto era scoppiata la guerra .  All’ inizio delle ostilità avevo ricevuto il compito di distribuire ai poveri sussidi e medicinali gratis . Il regime li elargiva nell’ intento di aumentare il consenso . Ogni settimana riuscivo a stornare una certa somma, 80 - 100 lire, che consegnavo alla Wanda, la portinaia dello stabile in cui avevo l’ ambulatorio . Wanda era la moglie di un noto esponente del partito comunista, in clandestinità da tempo, ricercato e malato di tubercolosi . Sapevo che quei soldi avrebbero aiutato la causa antifascista . Ma per me i malati non avevano ideologie : erano malati e basta . Quanti bimbi ho fatto nascere spontaneamente o con l’ aiuto del forcipe ? Non ho mai chiesto alle madri il loro credo . Ho tolto denti a rossi e neri . Ho drenato ascessi a destra e sinistra . Qual è il colore politico di una appendicite ? O quello della polmonite ? Ho prestato la mia opera senza discriminazioni, seguendo unicamente il giuramento d’ Ippocrate . Avevo le mie convinzioni, ma esse non hanno mai condizionato la mia professione .

Poi venne l’ armistizio . Sembrava tutto finito . Invece fu l’ inizio di un nuovo periodo di privazioni e terrore . I nazifascisti mostrarono il loro lato peggiore . Miseria e fame . Rastrellamenti e deportazioni . Fu il momento del riscatto . La lotta partigiana .

Nel mio studio iniziai a nascondere pacchi che la Maria Recalcati mi aveva chiesto di tenere . Venivano delle donne a portarli e dopo qualche giorno qualcuno passava a ritirarli . Non ho mai saputo né chiesto il loro contenuto . Forse armi, forse indumenti per i partigiani . Li mettevo nel gabinetto posto nel cortile sul retro del locale . Un giorno si presentarono due fascisti della federazione di Milano . Avevano un mandato per controllare lo studio . Cercavano qualcosa d’ importante . Forse fu una soffiata . Furono affabili . Agirono senza minacce . Rivoltarono ogni cassetto . Aprirono gli armadietti . Trovarono solo ricette, apparecchiature e medicine . Non pensarono certo al gabinetto nel cortile . Alla fine si scusarono per il disturbo .

“Se avessi bisogno di un medico, verrò a trovarvi . Me lo permetterete vero ? Voi mi ispirate fiducia” disse il più anziano dei due .

“Sono sempre a disposizione di chi soffre” risposi e congedandoli  tirai un lunghissimo respiro di sollievo .

Mi ricorderò sempre una notte del '44 . Sarà stata la fine di marzo . Una giornata uggiosa, con quella pioggerellina fine che quando ti entra nelle ossa ti risveglia l’ artrosi . Avevo lavorato molto . Sia in ambulatorio sia a domicilio . Ero andato a dormire presto dopo una minestra calda e del pane raffermo . Bianca si era tanto raccomandata di non stancarmi troppo .

“Cerca di non strafare - mi aveva detto . - Tanto la medaglia non te la danno .”

Povera Bianca . Quante volte mi aveva ricordato che avevo anche una famiglia . E quante volte me ne ero dimenticato . Alle due suonarono il campanello . Pensai di aver sognato e non mi alzai . Il campanello si trasformò nel tocchettio alla porta .

“Santa Vergine, Paolo, c’ è qualcuno che bussa alla porta ! Chi sarà mai a quest’ ora e col coprifuoco ?”

Mi misi la vestaglia e aprii la porta .

“Dottore, c’ è della gente che ha urgente bisogno di lei .”

Riconobbi l’ Amilcare dietro un impermeabile sdrucito col bavero all’ insù . Un cappello gli nascondeva quasi gli occhi .

“Dott Paolo, faccia presto, è una faccenda seria . Dei nostri amici hanno mangiato troppo e ora stanno male . La porto io da loro !”

Capii al volo la situazione cui alludeva Amilcare .

“Mi vesto e vengo” furono le parole che assonnato riuscii a sbiascicare .

Tornai in camera . Il figlio si era svegliato e cominciava a piangere . Bianca lo prese in braccio . “Mamma, papà, che succede ?  I bombardamenti ?”

“No piccolo - disse Bianca - Dormi tranquillo . Papà deve andare a fare una visita .”

“Ma .... col buio ?”

“E’ qui vicino . Dormi bambino mio .”

Presi la borsa e seguii Amilcare . Andammo verso Bresso . Mi incamminai per la provinciale .

“No dottore . E’ pericoloso passare di là . Prendiamo per i campi .”

Girammo dietro via Palanzone, svoltammo in via Adriatico e poi sullo sterrato . Amilcare aveva una piccola torcia che illuminava a stento il sentiero .

“Non c’ è nemmeno la luna stasera !”

“Meglio così dottore . Non ci vede nessuno .”

Camminammo per una decina di minuti al buio . Il terreno molle e bagnato sprofondava sotto i  miei piedi . Le scarpe s’ inzuppavano d’ acqua e fango e diventavano pesanti come macigni . Buio e silenzio . La bella campagna lombarda coi suoi filari di gelso aveva un aspetto inquietante e tenebroso . D’ un tratto Amilcare puntò la torcia in alto e illuminò un cascinale, un casinot dove i contadini erano soliti riporre glia attrezzi . C’ era una roggia davanti al casolare . Portava l’ acqua per i campi . Ci dovevi stare attento se non volevi finire dentro .

“Siamo arrivati .”

Con la destra colpii tre volte la porta della costruzione . Il segnale . Si aprì un pertugio .

“Presto dottore entri .”

Non riuscii a distinguere nulla all’ inizio . Poi capii che c’ erano tre feriti stesi per terra .  

“Fate un pò di luce Amilcare .”

Intravidi tre volti . Non riconobbi nessuno . I partigiani non portavano mai i feriti di Niguarda, ma quelli provenienti da altre parti di Milano o da posti più lontano . Se mi avessero preso non potevo raccontare niente riguardo a loro . Lo stesso valeva per i nomi . Non dovevo mai chiedere come si chiamava la persona che stavo soccorrendo . Anche sotto tortura, non avrei avuto nulla da rivelare, non potevo compromettere chi non conoscevo .

“Più vicino la luce” ordinai .

Erano tre ragazzi, vent’ anni al  massimo . Quanta bella gioventù distrutta dall’ immane tragedia . “Sono compagni feriti in uno scontro coi tedeschi” mi spiegò Amilcare .

Ispezionai i feriti . Due presentavano solo delle ferite superficiali all’ addome e al volto . Una semplice disinfezione poteva bastare . Il terzo mi preoccupava . Un ragazzo biondo dalla pelle color latte . Perdeva sangue dalla spalla destra, dove un’ improvvisata medicazione non riusciva a fermare l’ emorragia . La zona attorno al foro d’ ingresso del proiettile era gonfia e dolente . Il biondino però non si lamentava . Presi lo specillo dalla borsa ed esplorai il tragitto . Una smorfia comparve sul bel volto . Proseguii l’ esplorazione fino all’ osso. E lì sentii il metallo . Il proiettile si era conficcato nella clavicola ed era la causa della discreta perdita di sangue .

“Ha il proiettile ancora dentro . Bisogna toglierlo al più presto per fermare l’ emorragia ed evitare il peggio .”

Rimasi qualche secondo a riflettere .

“Coraggio dottore . Faccia quello che può al più presto - disse un uomo rimasto nella penombra fino ad allora . - Sono il comandante Carlo . Me lo deve salvare questo ragazzo . E’ uno dei migliori . Sapesse quello che ha fatto stasera !”

Presi una boccetta di etere . La versai su un panno e lo misi sulla ferita . Lasciai agire l’ etere per un minuto . Una piccola anestesia .

“Tenetelo forte” esclamai .

Appoggiai la mano sinistra sul costato ed entrai con il sondino nella ferita . Raggiunto il proiettile lavorai sul metallo . Lentamente sbrigliai le aderenze . Il ragazzo cacciò un urlo nel momento in cui riuscii ad afferrare il corpo estraneo . Lo estrassi rapidamente . Era fatta . Il sudore che scendeva copioso dalla fronte mi impediva di vedere .

“Amilcare, per favore, asciugatemi la fronte .”

E Amilcare eseguì l’ operazione con il suo fazzoletto .

Tolto il proiettile, esercitai una manovra di compressione e l’ emorragia si arrestò . Controllai i battiti . Tutto regolare . Il ragazzo fissò coi suoi occhi i miei occhi . Capii che mi stava ringraziando .

“Ha perso troppo sangue . Ha bisogno di una trasfusione .”

Non riuscii a completare la frase .

“State attenti - urlarono da fuori . - Non fate né rumore né luce . Si avvicina una colonna motorizzata proveniente da Milano . Sembrano .... sono tedeschi . A terra Rino .”

Seguirono attimi concitati . Ora il rumore dei mezzi si udiva anche all’ interno della baracca . “Spegni quella torcia Amilcare .”

Avevo terminato di fare medico . Cominciavo a fare il partigiano . Muti, immobili, ci fissavamo senza poterci vedere . Solo i battiti e il respiro erano percettibili .

“Sono tedeschi . C’ è un sidecar davanti e tre camion dietro . Stanno rallentando . Sono a caccia e ho paura che la preda siamo noi .”

“Possibile che qualcuno abbia informato quei bastardi ?”

Amilcare estrasse la pistola . E uscì all’ aperto . Voci concitate esprimevano l’ incertezza della situazione e tradivano una certa naturale apprensione . Trascorremmo momenti che sembrarono interminabili .

“Si sono fermati all’ altezza della Trattoria California .”

“Silenzio . A terra . Prepariamoci .”

Uscii strisciando dal casinot .

“Dottore è venuto anche per lei il battesimo del fuoco .”

“Cosa facciamo dei feriti ? Il ragazzo necessita di un ricovero al Niguarda . Gli serve una trasfusione al più presto” argomentai .

“Dottore, se vuole vado a chiedere ai tedeschi di portarlo di corsa all’ ospedale” mi rispose ironico il comandante Carlo .

I tedeschi  si erano fermati . Scendevano dai camion dirigendosi verso la California .  Si sentivano distintamente gli ordini dell’ ufficiale che intimava l’ apertura della trattoria . Udii la parola Banditen ripetuta più volte . Gli occupanti il terzo automezzo si distribuirono a raggiera . Non ci avevano ancora individuati ma probabilmente sapevano dove cercare . Fu in quel mentre che udimmo il rumore di aerei alle nostre spalle . E in rapida successione l’ inconfondibile sibilo e lo scoppio delle bombe . Un bombardamento notturno su Sesto, la Breda, la Pirelli, le grandi fabbriche . La terra tremava, sussultava ad ogni colpo . Sdraiato, percepivo l’ intensità di ogni deflagrazione . Fiamme e bagliori improvvisi rischiararono la notte, tanto da consentire di distinguere i nostri corpi e le loro ombre . Per la prima volta vedevo un bombardamento . La sua forza distruttrice era impressionante, ma nel medesimo tempo lo spettacolo mi affascinava . Il cuore sembrava scoppiare mentre i colpi si avvicinavano . I tedeschi nel frattempo erano risaliti sui camion e a gran velocità, a luci spente tornavano verso Milano .

“Scappano i vigliacchi - disse Amilcare . - Hanno paura di restare sotto e fare la fine del topo .”

La frase venne interrotta da un grande boato .

“Questa è caduta veramente vicino” arguì Carlo .

“Speriamo di non essere i prossimi bersagli . Non mi è mai piaciuto vedere i fuochi d’ artificio in prima fila” replicò Amilcare sdraiato sul terreno, con le braccia piegate sopra la testa .

Così com’ era cominciato, all’ improvviso il rumore degli aerei e delle bombe cessò . Rimasero solo spettrali lingue di fuoco e fumo che salivano al cielo .

“Hanno colpito Sesto . Lo scalo ferroviario .”

“No, in quella direzione c’ è la Breda . Sta bruciando tutto .”

“Cosa facciamo del biondino ? - domandai - Dobbiamo portarlo in ospedale . Ha bisogno di una trasfusione . Rischia uno shock ipovolemico .”

“Che si fa comandante ?” aggiunse Amilcare .

“Occorre un mezzo di trasporto - fu la sua risposta pronta . - Col caos del bombardamento tedeschi e fascisti staranno nello loro fogne per un pò .”

“Per l’ ospedale ci penso io - dissi loro .- Preparo un certificato per il dottor Anfossi . Lo ricovero sotto il nome di Frigerio Marco, con la diagnosi di bronco polmonite fulminante, così suor Santina potrà provvedere alla bisogna . E’ il nostro codice cifrato per i feriti d’ arma da fuoco . Penso che stasera nessuno vada a controllare le sue generalità col casino che c’ è stato .”

“Alla California hanno sicuramente un mezzo di locomozione - disse Amilcare . -  Luigi ce lo presta senza problemi . E’ dei nostri .”

Si avviarono verso la locanda . Recuperarono quanto cercavano . Un vecchio e scalcinato furgone portò Luca in Ospedale ove venne ricoverato dal dott Anfossi per affezione bronco polmonare ed ottenne quella indispensabile trasfusione che gli salvò la vita .

Infangato, sporco ma soddisfatto tornai a casa con Amilcare .

“Grazie dottor Paolo . Senza di lei non sapremmo come curare i nostri compagni .”

“Per me non sono compagni . Sono solo uomini che hanno bisogno di aiuto . E io devo portare sollievo a tutti quelli che soffrono .”

Ci salutammo .

“Verranno tempi migliori dottore . E un giorno qualcuno si ricorderà di tutto quello che avete fatto” concluse Amilcare .

Cominciava ad albeggiare . Aprii la porta di casa, cercando di non fare rumore .

Bianca era sveglia .

“Tutto bene ?” mi chiese .

“Tutto bene !” fu la risposta .

“C’ è stato un allarme .”

“Lo so .”

“Siamo scesi in cantina . Tremavano tutte le pareti . Il bimbo si è spaventato molto quando non ti ha visto .”

“Mi spiace per il piccolo . E’ stato un grosso bombardamento su Sesto . Dovevi vedere .”

“Cerchiamo di dormire - concluse Bianca . -  Domani sarà una giornata dura .”

“Domani ? Oggi vuoi dire .”

La baciai sulla fronte .  

Commenti
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